Tu sei qui

Pamela Piscicelli, "la fotografia per conoscere me stessa"

pamela piscicelli fotografia

Una passione creativa, uno strumento, scrive Pamela, "per conoscere profondamente me stessa e il mio rapporto con l’ambiente esterno. Sviscerare fino a liberarmi di sovrastrutture e pesi che non mi appartengono...". In questa intervista Pamela Piscicelli, fotografa di origine vastese, che oggi vive e lavora a Roma, racconta il suo percorso creativo attraverso la scoperta della Fotografia, avvenuto qualche anno fa e che ha completamente cambiato la sua vita.

 

U.V.: Ciao Pamela, parlaci di te. Tornando indietro nel tempo, quando e com'è nata la passione per la fotografia e in che modo ti sei inserita nel mondo professionale? Quali sono i tuoi impegni oggi?
P.P.: La mia passione per la fotografia è una diretta conseguenza dell’indissolubile amore per il cinema. In realtà stavo seguendo un percorso completamente diverso iniziato con studi giuridici, ma le velleità creative erano sempre state dietro l’angolo. Una sera inciampai in FUR, un film liberamente ispirato alla vita della fotografa Diane Arbus: da quel momento nulla è stato più come prima e dopo pochi mesi m’iscrivevo al primo anno di Master alla Scuola Romana di Fotografia. L’inserimento nel mondo professionale è stato insolito e fortunato. Di solito uno studente, terminato il triennio, comincia a cercare lavoro come assistente, io invece sono stata contattata da uno dei più importanti editori di fotografia in Italia, Postcart, per trovare una forma di collaborazione. Sono diventata così un soggetto ibrido che lavora nel settore fotografico a più livelli, dalla realizzazione dei miei progetti personali, all’ufficio stampa, dalla redazione di un magazine del settore, alla consulenza fotografica per altri professionisti. Oggi collaboro con DER LAB un giovane studio tutto al femminile, sono rappresentata nella sezione Avantgarde dell’agenzia Luz e ho in cantiere un progetto a cui tengo molto con altri colleghi per creare una nuova factory romana, D.O.O.R., ma non posso dare troppe anticipazioni. Il mio vero impegno nella giornata è riuscire a incastrare gli impegni.
 

 

U.V.: In una tua biografia parli della "ricerca personale", il territorio scomodo attraverso cui prende forma il tuo percorso fotografico. Qual è il senso di questa scelta?
P.P.: A scuola talvolta gli insegnanti, mi dicevano di spiegare ai nuovi studenti cos’è la ricerca personale e io cominciavo ironicamente con “Si tratta semplicemente di un’alternativa allo psicologo quando non hai soldi.” Scherzi a parte, per quanto mi ritrovi spesso a collaborare a progetti di fotografia documentaria quello che davvero m’interessa è utilizzare la fotografia per conoscere profondamente me stessa e il mio rapporto con l’ambiente esterno. Sviscerare fino a liberarmi di sovrastrutture e pesi che non mi appartengono: quando li congelo nell’immagine li riconosco e li vedo per quello che sono. Solo in quel momento posso prenderli e buttarli via, sciogliendo grumi di malessere che sembravano inattaccabili. Ad esempio un mio progetto, "Scarpette Rosse", ispirato a una poesia di Ann Sexton, parla esclusivamente delle donne della mia famiglia e dei ‘fardelli emotivi’ che di madre in figlia ci si tramanda da generazioni. Quello che però resta fondamentale quando fai questo tipo di ricerca è riuscire a far diventare il particolare, la tua piccola storia, universale, un racconto dove molti altri possano riconoscersi.

 

U.V.: Dopo lo scatto, istante decisivo, l’altro momento importante è dato dallo sviluppo e l’interpretazione del negativo. Se una volta ciò avveniva in camera oscura ora, con il digitale, tutto è diverso. Come è cambiato, secondo te, il lavoro fotografico con l’introduzione del formato RAW?
P.P.: Sono una nativa digitale e ho potuto annusare il sapore della pellicola solo durante il master. Per questo non credo di poter offrire un’analisi esaustiva, ma non mi piace quella che definisco la sindrome della scimmia, quel continuo guardare il monitor dopo lo scatto che spesso fa perdere l’istante decisivo. Inoltre mi pare che uno dei mali maggiori dell’avvento del digitale sia l’interruzione della sequenza dell’occhio. Prima da un provino a contatto potevi scoprire il percorso compiuto dalla mente del fotografo, quanto e come aveva lavorato intorno a un soggetto. Oggi, cancellando le immagini direttamente sulla macchina, non abbiamo più la possibilità di seguire uno sviluppo, ma ci ritroviamo spesso davanti a sbalzi isterici e corriamo anche il pericolo che la foto buona sia andata definitivamente persa in un prematuro ‘DELETE’.

 

 

U.V.: Ci sono artisti nazionali o internazionali a cui ti senti più vicina e con cui hai condiviso, oppure con cui vorresti condividere, un'esperienza artistica?
P.P.: Mi affascinano e mi sento vicina a tutti quelli che fanno fotografia concettuale e utilizzano il mezzo in maniera assolutamente non didascalica per raccontare storie. Attualmente tra gli artisti che prediligo ci sono Broomberg&Chanarin. In uno dei loro progetti sono andati con l’esercito inglese in Afghanistan e sono tornati con una serie di pellicole esposte alla luce per un periodo di tempo. Ovviamente non si vedono morti, ma pellicole bruciate in vari modi. Il progetto si chiama The Day Nobody Die (Il giorno in cui nessuno muore). L’ho trovato un approccio concettualmente fortissimo alla guerra.

 

U.V.: Quanto il tuo essere donna suggestiona i tuoi lavori e la tua ricerca fotografica?
P.P.: Completamente, temo. Posso scattare un paesaggio o un ritratto, parlare della mia famiglia o della semana santa in Spagna, ma la mia poetica resta visceralmente femminile e soprattutto il mio sguardo si ferma sempre sulle stesse ossessioni. Credo che questo costituisca la differenza tra fare il fotografo ed essere un fotografo.

 

 

U.V.: C'è una differenza sostanziale tra la fotografia italiana e quella internazionale, oppure credi che sia tutto relativo alla soggettività di chi scatta? Qual è il tuo punto di vista professionale a riguardo?
P.P.: Penso che tutto parta dalla soggettività del fotografo. Tuttavia la soggettività è la risultante anche dell’ambiente che la circonda in termini socio culturali. Per questo un occidentale non scatterà mai come un orientale e visivamente sarebbe difficilissimo se non impossibile confonderli. Se proprio devo trovare una differenza tra la fotografia italiana e quella internazionale mi viene in mente una scarsa capacità di collaborare dei fotografi italiani, un forte individualismo. Non capisco fino in fondo da dove nasca, forse dal fatto che nel nostro Paese non abbiamo fondi e non veniamo riconosciuti come professionisti. Basti pensare che non esiste un corso di laurea in Fotografia.

 

U.V.: Fotografare le persone e i luoghi richiede, probabilmente, un lavoro e un approccio diverso. Qual è secondo te il segreto per cogliere l’anima di un luogo?
P.P.: Credo che sia sempre una questione di relazione che s’instaura, anche quando il soggetto è un luogo. In realtà l’anima che sempre traspare è quella dell’autore che si fonde con ciò che ha davanti. Se guardi il mio lavoro sulla petrolizzazione della costa abruzzese c’è una malinconia di sottofondo per una bellezza che viene uccisa, e questo dipende sicuramente dal mio appartenere a quei posti.

 
U.V.: Un progetto fotografico a cui ti piacerebbe lavorare in futuro?
P.P.: Un progetto sul Centro Protesi INAIL di Budrio. Potrebbe apparire esclusivamente sociale e documentario, ma in realtà muove dal mio vissuto. Ho bisogno di togliermi un altro sasso dalle scarpe della vita.

 

 

Info e Contatti

Pagina Facebook: Pamela Piscicelli

Siti Web:

Pamelapiscicelli.com

LuzPhoto.com

Linkedin: Pamela Piscicelli
 

pamela piscicelli fotografia
  • pamela piscicelli fotografia
  • pamela piscicelli fotografia
  • pamela piscicelli fotografia
  • pamela piscicelli fotografia
  • pamela piscicelli fotografia
  • pamela piscicelli fotografia
  • pamela piscicelli fotografia
Categoria: 
personaggi
interviste
Tipologia personaggio: 
fotografia e video