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Intervista ad Andrea Moretta: movimenti underground del passato

Per la prima intervista ufficiale al gruppo "underground vastese" ci intratteniamo con il vastese Andrea Moretta, storico dell'arte, sull'argomento movimenti underground del passato.
 

UV: Da quanto tempo ti interessi di fenomeni underground?

AM: Sono, queste, attitudini giovanili che hanno lungamente resistito, poi mi occupai prevalentemente di cinematografia.

 

UV: C'è attinenza tra i movimenti underground passati e quelli che, un po' ovunque, oggi avvertiamo noi tutti?

AM: Situazioni storiche, angolature, spontaneismi possono essere alla base di fenomeni paralleli che emergono dal sottobosco, anche se un ruolo preminente è riservato agli intenti degli artefici di questi fenomeni.

 

UV: Quali ricordi principalmente tra i fenomeni del '900?

AM: Sono cose che tra loro si differenziano non tanto per la distanza temporale o la differenza di stile che li lega l'un l'altro ma, credo, per il grado di organizzazione.

 

UV: Questi movimenti hanno lasciato una qualche eredità?

AM: Non credo davvero che a noi sia arrivato qualcosa in cui riconoscersi, perché i tempi sono davvero cambiati e gli anni trascorsi sono tanti, ma penso anche che l'influenza esercitata nel tempo sia stata enorme, in qualche caso oltre misura.

 

UV: Accennavi, poc'anzi alle differenze degli uni dagli altri, puoi farmi qualche esempio?

AM: A Roma, dalla metà degli anni 60, per circa un decennio ad opera di registi così detti "underground" quali Grifi, Scavolini, Capanna, Miscuglio e innumerevoli altri, fu attiva una cinematografia autonoma, indipendente sotto tutti i punti di vista, slegata delle grandi produzioni, che anzi ad esse si opponevano ideologicamente. Era questo un cinema sperimentale, tra l'altro oggetto di un bel volume uscito qualche anno fa. A noi, credo, poco o nulla è arrivato se non l'esempio davvero di un cinema della felicità realizzato con scarsi mezzi, circolato quasi esclusivamente tra gli stessi autori e, eccezion fatta per una sporadica esperienza romana di cinema autogestito e di qualche numero di una rivista dedicata qual'era "Ombre Elettriche", se la memoria non mi inganna.

 

UV: Che ruolo avevano gli organi di informazione?

AM: Spesso ne erano all'oscuro o più semplicemente non ne erano coinvolti, non erano parte attiva, in qualche caso però erano il centro propulsore di queste attività.

 

UV: Quale ricordi principalmente?

AM: Subito mi vengono in mente publicazioni londinesi quali "International Times" e "Oz". Il primo, come ben noto, fu la rivista di "Hoppy" Hopkins, Miles e il suo iniziale editore Tom Mc Grath, dove si raccoglievano tutte le attività in fermento nella Londra del 1966, quali il SOMA, l'ICA (Institute contemportary arts) l'Indica Book...e il cui party di lancio si tenne presso la Roundhouse, riadattata per l'occasione e a tutt'oggi funzionante. Lo stesso giornale patrocinerà poi l'apertura dell'UFO Club a fine anno tenuto a battesimo da band allora sconosciute provenienti da fuori Londra come Soft Machine e Pink Floyd. Oz vide la luce l'anno successivo ma c'è da ricordare che il fondatore australiano Richard Neville in patria aveva dato vita negli anni precendenti alla stessa, pur sempre con vena polemica, ma senza il genio figurativo di Martin Sharp.

 

UV: Conservi qualche numero delle riviste da te citate?

AM: Di Intenational Times gran parte si, mentre di Oz che era purtroppo più irregolare nelle uscite solo alcune.

 

UV: Successivamente che destino ebbero?

AM: IT (International Times) dopo un primo sequestro e varie vicissitudini con il potere costituito, riuscì ad andare avanti fino alla metà degli anni '80, nonostante le numerose denuncie di cui venne fatto oggetto. Oz ebbe sorte peggiore nel 1973 quando finí sotto processo per oscenità con la sua ultima uscita, chiudendo i battenti per sempre.

 

UV: Ci sarà mai, da qualche parte un collegamento, un nesso, tra queste esperienze che abbiamo trattato in questa sede, mi riferisco a quella romana così come a quella londinese, e l'attualità, l'odierno, il tempo presente in cui stiamo vivendo?

AM: Oggi siamo mossi dallo sdegno di ciò che vediamo e sentiamo quotidianamente, all'ideale di libertà abbiamo sostituito quello della giustizia, cose come la legalizzazione della cannabis ha un ruolo marginale al cospetto della crisi occupazionale esistente. La società civile sta tornando nelle piazze ma le istanze sono diverse, più terrene, legate ai bisogni comuni, ma la protesta è tornata nelle strade.

 

 

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